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Archive for 'Una goccia da una nube'

Riattivare.me

Un nuovo spazio di riflessione per comprendere le ragioni e le esigenze della nostra committenza e guidarla verso il soddisfacimento e la realizzazione delle proprie aspirazioni:

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Crisi e nuove opportunità

Centralità della produzione edilizia nelle strategie di uscita dalla odierna crisi del settore delle costruzioni

di Claudio Sangiorgi 

Il settore delle costruzioni sta vivendo una delle sue cicliche crisi, con una conseguente radicale spinta alla trasformazione delle realtà imprenditoriali e professionali in esso operanti, nelle loro caratteristiche organizzative.

L’impresa emersa dagli anni ’90, e ancora ben attiva nel primo decennio del nuovo secolo, in condizioni di mercato trainante con tassi di crescita del 10% annuo nel valore degli immobili, era una struttura “leggera”, con un piccolo nucleo di direzione tecnica e di addetti operanti sul cantiere (quali capocantiere), e il generalizzato ricorso al subappalto, a squadre specializzate di artigiani cottimisti, per la pressoché totalità delle lavorazioni.

Il profitto d’impresa, in una siffatta organizzazione, più che da una politica aziendale di accorta gestione degli acquisti e di sviluppo di know-how specifico sfruttabile in successivi analoghi interventi, derivava essenzialmente dal ruolo di mediazione da essa svolto tra committenza e squadre di addetti, in virtù della capacità di questa di porsi quale collettore e punto di distribuzione del lavoro; al limite anche senza una vera struttura finanziaria ed organizzativa, ma fidando sul ricorso a un minimo di credito concesso dalle banche, in un momento di forte espansione del settore, sulla titolarità di attestati e certificati (necessari per gli appalti pubblici), di valore sovente puramente nominale, e sul possesso di pochi ed elementari fattori della produzione (un argano, un furgone, un trabattello,…). Il tutto reso possibile dalla presenza di un ampio bacino di manodopera a basso costo, composta in prevalenza di soggetti di primo accesso al mercato del lavoro nazionale, ma con quelle pur minime caratteristiche di preparazione, tali da renderli idonei allo svolgimento di mansioni dedicate (gessisti, imbianchini, carpentieri, addetti ai ponteggi,…), tipiche del settore edile.

Stante tale modello, non certo orientato all’innovazione e allo sviluppo di reali capacità manageriali da parte delle strutture d’impresa, non era poi infrequente che esso si replicasse anche a livello di subappaltatori, dando luogo a vere e proprie successioni di “subappalti a cascata”, con più livelli intermedi dediti puramente all’estrazione di un guadagno ottenuto per pura rendita di posizione.

E del resto, una volta che la disarticolazione di quella che era stata un tempo l’impresa generale di costruzioni aveva prodotto, già a partire dagli anni ’70 e ’80, squadre di sola manodopera, con l’arrivo di nuovi soggetti sul fronte dell’offerta di lavoro, la determinazione del costo orario (e del relativo ricavo) di queste diveniva esercizio autonomo di valutazione rispetto alla necessità di lavorare e di “guadagnarsi da vivere” a fine mese, inevitabilmente innescando una spirale di ribassi nelle quotazioni delle proprie prestazioni.

Scarsa o nulla attenzione, invece, era destinata alla componente di costo rappresentata dalle voci per materiali e prodotti d’uso e consumo, di minor incidenza sul prezzo finale di uscita sul mercato e quindi affidata a politiche di acquisto basate sul rapporto di fidelizzazione con piccole rivendite, in grado – in momenti di forte crescita del settore – di fungere da centrali di microcredito, evitando l’esposizione di soggetti imprenditoriali come sopra connotati.

In questo quadro, lo studio tecnico professionale, incaricato delle attività di progettazione (e poi anche di quelle di coordinamento per la sicurezza in fase di progettazione) esauriva il suo mandato nei confronti del committente – per tale ambito della progettazione – al momento di licenziare gli elaborati grafici e i computi e capitolati che a essi fungevano da corredo, rinviando alla fase di gara tra un numero limitato di soggetti di pari profilo, a meno di una semplice valutazione di ordine orientativo in sede di progetto, l’unico momento di reale analisi dei prezzi da questi formulati (in un confronto comunque tutto interno ad identiche logiche commerciali) e, quindi, del prezzo del corpo dell’appalto come ipotizzato.

La drastica riduzione della capacità economica delle committenze private e pubbliche, a partire dal 2008 e a seguito della crisi globale della finanza e dell’economia mondiale, ha messo profondamente in crisi questo modello organizzativo di processo, chiamando a una razionalizzazione e a una contrazione dei costi nell’offerta degli operatori edili che, non potendosi esercitare ulteriormente sulla manodopera, già ben al di sotto di qualsivoglia minimo sindacale, deve necessariamente appuntarsi sugli acquisti dei materiali e delle forniture. Un terreno, tuttavia, estremamente scivoloso per un’impresa più di nome che di fatto, quale quella sopra descritta, per almeno tre fattori:

–          perché la obbliga a ricercare rapporti con soggetti (produttori, agenzie di rivendita plurimandatarie, strutture della grande distribuzione) non disponibili a formule di credito “sulla parola”;

–          perché gli impone strategie di costante ricollocazione e politiche di acquisto cui non è preparata in assenza di cultura manageriale;

–          perché, comunque, la grande distribuzione tende ad equipararla a un cliente privato, per i volumi di fatturato relativamente bassi che esprime (nella dimensione di piccola d’impresa che, tuttavia, fa la gran quota percentuale del mercato dell’offerta del settore delle costruzioni), non concedendole sconti di molto o punto lontani da quelli praticati a quest’ultimo.

A questo aggiungasi, come concause efficienti a una crisi di un modello d’impresa che pare (fortunatamente) irreversibile, la forte contrazione dei margini operativi extracontabili, generata dalle politiche di incentivo e sgravio per gli interventi di manutenzione straordinaria (ordinaria nei contesti condominiali) degli stabili residenziali e di contenimento dei consumi energetici, e la perdita della propria capacità di “attrazione gravitazionale” rispetto a squadre di artigiani che, di fatto autonomi, in assenza di un costante ingresso di nuovi lavori targati questo o quel soggetto, si svincolano dai rapporti abituali, accedendo a rapporti diretti con la committenza e innescando un’ulteriore rincorsa al ribasso nei prezzi delle lavorazioni.

In tale nuovo orizzonte operativo, i tecnici della progettazione si trovano nella terra di mezzo di un confronto tra una committenza, che esprime la necessità di un forte controllo dei costi e che si rapporta ormai direttamente con la distribuzione per forniture e materiali (se non altro a livello di consapevolezza di prezzi d’acquisto), e un’impresa cui mancano le chiavi per decifrare la mutata situazione e che non riesce più a prefigurare un quadro credibile di operatività e, prim’ancora, di quantificazione delle commesse tale da consentirgliene l’acquisizione.

Il risultato è una sostanziale empasse che determina il blocco dei programmi di intervento e un quadro di estrema confusione in quelli che, comunque, stentatamente procedono, e che sollecita, quanto prima, la definizione di nuove strategie di organizzazione del processo edilizio.

Ferma restando, per le iniziative immobiliari di maggior dimensione,  la necessità di una struttura di impresa fortemente articolata nella sua dimensione tecnica e di esperienza pratico-operativa incarnata dalle figure di capocantiere, nella generalità polverizzata dei piccoli interventi, di manutenzione ordinaria e straordinaria (che, come detto, fa il mercato), si prefigura, dunque, quale possibile e virtuosa via di uscita, quella del ricorso sempre più diffuso al modello organizzativo dell’appalto “per scorpori parziali”, con compiti di regia e coordinamento dei diversi apporti affidati agli stessi tecnici della progettazione.

Svaporata sino al limite di coincidere con una sola persona non con ruoli attivi nel cantiere, ovvero impegnata concretamente nel medesimo senza tempi ulteriori da dedicare all’organizzazione della commessa, la piccola impresa, infatti, non è più in grado di definirsi tale: non ordina e non coordina più il processo; non ha una logica di sviluppo; non svolge attività di promozione; non è in grado di ottimizzazioni; non controlla i costi e nemmeno i fattori della produzione. Financo, a fronte di una produzione edilizia che immette sul mercato con continuità nuovi prodotti e materiali ad alto tasso di specializzazione, non è più aggiornata sulle tecnologie e i sistemi applicativi, non ne domina i parametri prestazionali alla base di una scelta, e non ne conosce i corretti criteri di posa in opera, incorrendo a volte in sviste ed errori grossolani.

E, sotto questo riguardo, la stessa produzione inizia a guardare con sospetto a soggetti che, utilizzando impropriamente i suoi prodotti, ne determinano sempre più spesso la chiamata in causa in sede di contenzioso legale, nell’ambito di accertamenti tecnici per vizi riscontrati nella realizzazione.

In questo quadro, produzione e tecnici della progettazione tendono a un dialogo diretto sempre più serrato, bypassando l’impresa e definendo congiuntamente, e nel dettaglio, il progetto degli interventi nella sua dimensione esecutiva e prestazionale, attraverso una puntuale specifica delle voci di capitolato, appositamente studiata ad hoc per quella peculiare occasione. Ma, in questo più “intimo colloquio”, nasce anche la consapevolezza di poter gestire il processo senza impresa, o meglio considerando la prestazione per opere edili una voce di fornitura al pari delle altre, da coordinare e relazionare temporalmente con gli ulteriori apporti, di fornitura e posa, ma senza più attribuirgli il ruolo di primus inter pares sinora ad essa tributato. Quando non si vadano affermando, e qui ci si riferisce, invece a interventi di maggiori dimensioni, tecnologie realizzative, quali quella della costruzione in legno, che di fatto escludono l’impresa edile, se non per le mere operazioni di “preparazione del terreno” e sembrano poter coniugare i vantaggi della prefabbricazione di un tempo, con la flessibilità di disegno e articolazione del costruito in opera.

Ci si viene accorgendo, in altri termini, che è possibile di colpo annullare tutti gli extracosti sinora destinati alle ricariche percentuali applicate da appaltatori e subappaltatori sulle forniture e sul lavoro delle squadre artigiane, contenendo i costi di intervento e conferendo, pertanto, maggior respiro alla domanda di “bene casa”, altrimenti fortemente ridimensionata e in ulteriore contrazione.

Certo, è necessario, perché questo scenario – qui sommariamente e sinteticamente delineato – si consolidi, che mondo della produzione e della professione accrescano la loro capacità di dialogo, in particolare, ancor più di quanto non accada già ora, puntando rispettivamente a:

Produzione:

–          incrementare i momenti di formazione destinati ai tecnici della progettazione, per l’applicazione dei propri materiali e prodotti;

–          formare figure di rappresentanti con caratura tecnica, da inviare presso le sedi di studi e uffici, per la presentazione di prodotti e materiali;

–          curare la redazione e distribuzione di schede tecniche e voci di capitolato, in formato digitale;

–          rendere disponibili ai professionisti librerie di elaborati grafici, attinenti la propria produzione, nei diversi formati cad;

–          creare strutture tecniche in grado di supportare i professionisti, sotto il profilo delle analisi di particolari situazioni o di eventuali problemi sorti in fase applicativa;

–          rendere disponibile una campionatura di primo approccio in formato fotografico, utile per il dialogo professionista-cliente;

–          creare sale espositive e showroom (meglio se presso la propria sede aziendale, per far “respirare” alla committenza la cultura d’impresa sottesa alle proprie proposte), che possano fungere da centri servizi a disposizione dei tecnici;

–          studiare formule di pagamento, ora direttamente in capo alla committenza e non più all’impresa, che permetta a questa di replicare la rateizzazione dei costi implicita nella formula dei saldi “a stati di avanzamento lavori”, tipica degli appalti con impresa;

–          …

Professione:

–          dotarsi di una cultura manageriale capace di gestire la triade tempi,qualità, costi;

–          mantenere il proprio profilo di competenze aggiornato, attraverso la partecipazione a programmi di formazione permanente e momenti seminariali promossi dalla produzione;

–          provvedere alla redazione di elaborati grafici e documenti di supporto alle commesse non solo esecutivi, ma “cantierabili”, e corredati degli strumenti utili al controllo gestionale degli interventi (cronoprogrammi in primis);

–          articolare il profilo di competenze del proprio staff in relazione anche alle nuove aree di business, ovvero gestione e coordinamento tecnico-amministrativo delle commesse;

–          …

Se così avverrà, si otterranno numerosi benefici, tra cui fondamentali i seguenti:

–          contenimento dei costi di esecuzione;

–          corretta gestione dei tempi degli interventi;

–          più elevata qualità della progettazione e più elevate prestazioni in uso di prodotti e materiali;

–          minor contenzioso per difetti e vizi di esecuzione;

–          spinta alla ricerca e all’innovazione da parte della produzione;

–          crescita occupazionale per figure professionali di profilo tecnico e di livello elevato (laureati);

–          …

In altri e più generali termini, si ottimizzeranno efficienza ed efficacia del processo edilizio, stimolando una forte crescita qualitativa del settore e la riapertura di un nuovo ciclo espansivo a tutto favore delle realtà più sane e innovative del mercato.

 

Kibbutz: l’Architettura della Collettività (Urban Center Milano, 13 giugno – 8 luglio 2011)

“Kibbutz”, negli anni ’60 e ’70 era sinonimo di Israele; di un pionieristico sentimento di scoperta di forme di socializzazione e di vita lontane dal tradizionalismo familistico e individualista  della nostra società di allora, pur in ebollizione. Evocava un’idea di giovinezza, di libertà, di apertura alla vita; e rafforzava l’immagine di Israele quale fertile melting pot di culture, di storie, di provenienze; un’esperienza unica in un mondo non ancora segnato dalla globalizzazione.

Poi la nostra società è cambiata; molti ideali sono tramontati e altri ne sono sorti. Si è continuato a parlare di collettività, di pubblico, di luoghi di aggregazione, ma rinunciando a qualsivoglia idea di radicale riforma delle mentalità dell’abitare e della società che in tali strutture insediative e concettuali si riconoscevano. La costruzione di residenze collettive, di social housing e cohousing, come si direbbe oggi, è stata ricondotta a terreno di studio disciplinare, perdendo la forte carica innovatrice, in termini sociali, che aveva connotato, in campo architettonico, il Movimento Moderno e i decenni centrali del secolo XX.

E così, anche il termine “kibbutz”, è sparito dalla conoscenza diffusa, relegato nella mitologia di quanti avessero personali legami con Israele.

Le difficoltà, tuttavia, di pur significative e apprezzabili recenti esperienze di residenze collettive e nuovi quartieri, nel loro farsi tessuto sociale, evitando condizioni di marginalità e degrado, impongono con forza un ripensamento di proposte progettuali che, ancorché tecnicamente ineccepibili, sono risultate prive di uno spirito ideale in grado realmente di animarle.

In questo senso, l’esperienza del kibbutz, con la sua stretta relazione tra forme insediative e modello sociale di riferimento, come ben raccontata nella mostra “Kibbutz, Architecture Without Precedents” della Biennale di Venezia 2010, qui ripresa e riadattata, può costituire un attuale riferimento e un utile spunto di riflessione da cui ripartire.

Il Mese della Produzione Edilizia

Il Mese della Produzione Edilizia

 

marzo/aprile 2011

Facoltà di Architettura Civile – Politecnico di Milano, Campus Bovisa

Via Durando 10, Milano

Professori Davide Luraschi, Francesca Malaguzzi, Claudio Sangiorgi

Il settore scientifico disciplinare “Icar/11 Produzione edilizia” risulta particolarmente trascurato dagli attuali ordinamenti delle Facoltà di Architettura. Fatto alquanto inspiegabile in relazione alla forte e stretta interconnessione che, al contrario, il progetto di Architettura contemporaneo, nella definizione dei suoi elementi costitutivi, ma anche connotativi, intrattiene con l’industria per le costruzioni e con i saperi della ricerca in essa sviluppati.

Al fine di evidenziare tale limite dei percorsi formativi degli studenti, e al tempo stesso proporre una formula didattica di maggior coinvolgimento della produzione in Università, tre docenti a contratto della Facoltà di Architettura Civile del Politecnico di Milano – Davide Luraschi e Francesca Malaguzzi, Claudio Sangiorgi -, propongono, nei prossimi mesi di marzo e aprile, un ciclo di incontri (“Il Mese della Produzione Edilizia”) con tecnici ed esperti di ditte e imprese del settore attive nella produzione di prodotti finiti e semilavorati, oltre a momenti seminariali di più generale riflessione sul fare architettura.

 Calendario (sono possibili spostamenti in relazione a impegni dei relatori):

 Marzo

Martedì 8, “Duemmegi: Domotica e Building Automation”,

Prof. Claudio Sangiorgi, aula CT28, ore 9.15-11.15;

Relatori Ing. Maurizio Anelli e Ing. Flavio Sandoni

Mercoledì 9, “Metalcop srl e Kalzip Italia Gmbh: coperture in lamiera e sistemi fotovoltaici integrati”,

Prof. Davide Luraschi, aula CT25, ore 9.15-11.15;

Relatori Arch. Francesco Corona e Sig. Mario Cuni

Lunedì 14, “Vetreria Re srl: vetri e cristalli d’architettura”,

Prof. Claudio Sangiorgi, aula CT28, ore 9.15-11.15;

Relatore Arch. Roberto Ferrari e Sig. Dario Re

Lunedì 14, “La direzione Lavori. La gestione del cantiere tra criticità e normative”,

Prof.ssa Francesca Malaguzzi, aula CT24, ore 11.15-13.15;

Relatore Arch. Debra Balucani

Lunedì 21, “Paral distribuzioni srl: parquet”,

Prof. Claudio Sangiorgi, aula CT28, ore 9.15-11.15;

Relatore Sig. Umberto Boselli, Arch. Giorgia Scarafiotti

Lunedì 21, “Gli Ecovillaggi. Tecnologie per il vivere sostenibile”,

Prof.ssa Francesca Malaguzzi, aula CT24, ore 11.15-13.15;

Relatore Arch. Sara Franchi

Mercoledì 23, “Holzbau spa: strutture in legno”,

Prof. Davide Luraschi, aula CT25, ore 9.15-11.15;

Relatore Ing. Roberto Modena

Giovedì 24, “Il Restauro di Palazzo Mondadori – soluzioni e tecnologie applicate”,

Proff. Davide Luraschi, Francesca Malaguzzi, Claudio Sangiorgi, aula CT25, ore 9.15-11.15;

Relatore Ing. Gianluigi Ferrari (Mondadori spa)

Giovedì 24, “CNS spa: facciate a curtain-wall”,

Prof. Davide Luraschi, aula CT25, ore 11.15-13.15;

Relatore Ing. Pierpaolo Caravaggi

Lunedì 28, “Henraux spa e Italmarble srl: il marmo e le sue applicazioni”,

Prof. Claudio Sangiorgi, aula CT28, ore 9.15-11.15,

Relatori Sigg.ri Paolo Carli e Agostino Pocai

Aprile

Lunedì 4 aprile, “Aqua-step: pavimentazioni evolute in pvc”,

Prof. Claudio Sangiorgi, aula CT28, ore 9.15-11.15,

Relatore Sig. Cristian Guardavilla

Martedì 5 aprile, “Palladio spa: i serramenti in acciaio”,

Prof.ssa Francesca Malaguzzi, aula CT24, ore 9.15-11.15,

Relatore Arch. Chiara Laurora.

Gli atti dei seminari saranno pubblicati su www.infobuild.it, portale verticale dell’Edilizia.

Media Partner: Infobuild

Piazza Castello 29

A proposito di un ponteggio in Piazza Castello, civico 29, Milano

Claudio Sangiorgi

In questi giorni si sta avviando l’intervento di “Riqualificazione del compendio immobiliare” di Piazza Castello 29 a Milano, come recita un’anonima tabella di cantiere affissa sul ponteggio verso strada e come testimonia ancor più, un ordinato ponteggio metallico che svetta verso il cielo ben oltre la gronda della palazzina che avvolge.

Per me, architetto, bolognese per nascita, la nota tutta lombarda, di ricondurre avvenimenti e cose a dati di classificazione regolamentare, secondo un registro di efficienza burocratica al limite dimentica dell’oggetto su cui si interviene, è qualcosa cui non mi sono ancora abituato, nonostante viva da sempre a Milano. Un mio vicino, il Siùr Necchi, bravissima persona e grande spirito di iniziativa, mi raccomanda sempre di valutare le persone secondo la loro capacità di “far andar le mani”… come, dove e perché, tutto sommato, non ha una grande importanza… “Se fém, sifulum?” (mi si perdoni l’eventuale errore di restituzione della fonetica), che ho sentito sovente ripetere dai veri milanesi, con una certa qual insofferenza per chi si perdeva in pause di riflessione, potrebbe essere la lapidaria chiosa di questa attitudine al fare, sempre e comunque.

E così Piazza Castello 29, ridotta alla sua numerazione civica, resta una collocazione come un’altra (più appetibile delle altre, però…) nella sterminata macchia d’olio della città, su cui appunto esercitare la meneghina frenesia al produrre. L’ammontare di quel fare? Duemilioniequattrocentocinquantamila Euro (a meno di errori di interpretazione delle virgole), specifica la notifica preliminare posta a fianco della succitata tabella, ove sono riportati i nominativi del progettista e direttore lavori, del calcolatore delle strutture, dell’impresa, dei coordinatori, ecc., a documentazione di un intervento di probabile complessità tecnica e pari incidenza sui manufatti.

Eppure Piazza Castello 29, per chiunque sia architetto, non è solo l’ultimo condominio dell’esedra di Piazza Castello prima del Parco Sempione: è, invece, la “Casa al Parco” di Ignazio Gardella, edificio simbolo di una stagione dell’architettura milanese, riuscita sintesi del sempre difficile rapporto forma-costruzione e, sin dall’origine, testimonianza diretta del problematico relazionarsi della sensibilità progettuale (anche questa tipicamente milanese, scevra di indulgenze estetizzanti) e delle sue ragioni con le logiche ben più concrete dell’imprenditoria lombarda.

Sarà perché ho scritto un breve saggio su Piazza Castello 29, sarà perché chiedo sempre ai miei studenti del Politecnico di recarsi a vedere l’edificio, allorquando e non solo impegnati in attività di progettazione di residenza collettiva, ma non mi capacito del fatto che i milanesi, che passano davanti all’attuale cantiere, non sentano un turbamento, nel vedere l’abbraccio del ponteggio metallico in cui è stata racchiusa l’esile e candida palazzina, e non chiedano a gran voce di capire quale sarà l’esito di quell’operazione di “riqualificazione”.

Magari una bella immagine grafica al computer, di quelle che servono oggi per vincere i concorsi e finire sulle pagine delle riviste di settore, sarebbe qualcosa da sempre chiedere ai responsabili degli interventi sul costruito, proprio a ribadire la verità enunciata una volta per tutte da Loos con il suo: “La casa deve piacere a tutti…”; sì che tutti possano giudicare la natura delle opere in corso e la qualità del parere espresso da chi, per ruolo e mandato pubblico, dovrebbe farsi garante della tutela dei valori collettivi incarnati dalle pietre degli edifici.

Milano, esprimo un parere personale, ha perso negli ultimi vent’anni la grande occasione di ridisegno complessivo del proprio corpo offerto dal recupero delle aree dismesse; ha recuperato i sottotetti e creato grandi parcheggi sotterranei. Ha fatto, e molto, andare le mani. Tutto sempre (o quasi) con efficiente zelo e concreto pragmatismo. Sarebbe bello che sulla Casa al Parco Sempione di Gardella, ovvero su Piazza Castello 29, il progettista della riqualificazione si sia concesso qualche momento di riflessione, anche solo per fischiettare a dispetto del borbottio di rimprovero del Siùr Necchi.

Dida Immagini: Il ponteggio sorto in questi giorni intorno alla Casa al Parco di Gardella, per un previsto intervento di “riqualificazione”.

People Meet in Architecture

 
 
 
Biennale di Architettura 2010
 
 
 
Venezia:
 
Nella giornata di ieri ho visitato la Biennale di Architettura a Venezia.

Una prima notazione non riguarda la manifestazione, ma la città. L’ho trovata in uno stato di profondo degrado; molto più di quanto mi ricordassi dalla mia ultima e lontana visita  (in occasione della grande Mostra sugli Etruschi a Palazzo Grassi, nel 2001), a meno di successive “puntate” di poco conto.

Non è solo una questione di intonaci che cadono; è il sistema di gestione degli spazi pubblici, a partire dall’arredo urbano e dagli allestimenti provvisionali per mostre o cantieri, che offende la scena e lo sguardo.

Da studente, nel corso di Architettura di infrastrutture e viabilità, il Professor Ventura ci propose come tema di progetto lo studio di un imbarcadero di approdo per i vaporetti della città, in ragione dell’assenza totale di design di questi manufatti, pur funzionali e indispensabili alla navigazione in Laguna. Correva l’anno accademico 1988/89… Non saprei immaginare un manufatto più orrendo di quello ancora in uso (sarebbe indecente in qualsivoglia periferia metropolitana, altro che a Venezia!), sia per come è tenuto sia per la qualità dei profili e dei pannelli con cui è realizzato.

Analogamente le biglietterie e gli infopoint della Biennale, tanto ai Giardini come all’Arsenale, sono ospitati in container rossi, con corredo di collegamenti elettrici (cavi, prese, allacciamenti,…) volanti e in vista.

E poi, giardini lasciati andare con una sorta di rassegnazione, senza alcuna cura nelle aiuole, nei vialetti, nei percorsi gradinati; passaggi impiantistici mascherati da carter in lamiera rivettati alla bell’e meglio; recinzioni di aree di cantiere sul Canal Grande in legnaccio da tavole da ponte.

Veramente l’immagine di una rinuncia; di una sorta di malinconica e triste attesa della fine…

 

Architettura come evento comunicativo:

Ma veniamo alla Biennale.

Direi che la prima impressione che si ricava visitando il Palazzo delle Esposizioni (ex Palazzo Italia) ai Giardini è una conferma. Difficilissimo realizzare una mostra di Architettura. L’architettura si costruisce, si abita, si vive… Rappresentarla sconta un’inevitabile riduzione. Se poi, svaporati da tempo i contenuti disciplinari nella produzione contemporanea, si gioca il destino degli edifici sulla sola immagine, la tentazione di rendere quest’ultima autosufficiente e di cadere nell’installazione artistica veicolante un messaggio per la specifica occasione della Biennale (con il suo tema conduttore; quest’anno People meet in Architecture) è fortissima. E in molti casi questo accade.

Col che non si vuole togliere il valore di possibile fertile suggestione di tali allestimenti; il loro senso di spunto emotivo per una riflessione che poi si allrghi/erà a un ragionamento sull’architettura e la città. Ma sottolineare che il meccanismo di produzione di senso che essi (non tutti, ovviamente) generano è affatto non disciplinare; pari, dunque, in molti casi e in termini di forza evocativa, a qualsivoglia evento aspecifico (da una serata d’opera, al vernissage di una mostra, a un’esposizione fotografica, ecc.) possa essere messo in rappresentazione. Manca, invece, in molti dei padiglioni e in molte stanze del Palazzo delle Esposizioni, l’Architettura, il suo esser sintesi di saperi costruttivi, funzionali e compositivi che traducano, nel proprio medium linguistico codificato, quegli stessi concetti così liberamente enunciati.

 

La mia visita:

Non potendo visitare tutto (occorrerebbero tre giorni buoni), la mia scelta è stata quella di un ragionato mix tra culture progettuali consolidate come riferimenti assoluti nel panorama internazionale e aree meno note di produzione architettonica e di cui le riviste, sovente, trascurano di dare notizia.

Ecco, dunque, i miei giudizi flash per singoli Padiglioni:

Spagna: coraggiosa e intelligente la scelta di affidare la rappresentanza del Paese a gruppi di studenti universitari. Come inevitabile contraltare, i progetti di case passive esposti manifestano un poco equilibrato rapporto tra tecnologia e composizione, a tutto vantaggio della prima.

Olanda: qui siamo in pieno happening da “vacanze intelligenti”… Direi che il commento più corretto resta il memorabile “Altro che cazzi… So’ pecore!” di Alberto Sordi, burino spedito dai figli a visitare giustappunto una Biennale d’Arte veneziana. No comment!

Israele: allestimento di taglio storico sui kibbutz israeliani. Decisamente interessante, soprattutto come modello di vivere collettivistico, recuperabile e recuperato, per certi aspetti, da talune tendenze di cohousing contemporaneo.

Egitto: il padiglione propone un’evocativa risonanza tra alcuni fenomeni di flussi di energia naturali o artificiali e il modellarsi di superfici involucranti. Interessante, ancorché in linea col vizio cerebrale più volte sottolineato.

Polonia: il teatro urbano dell’assurdo. Reso ancora più assurdo dal fatto che il gesto ginnico, di salto nel vuoto da una scala in gradini di filo metallico, indicato come momento di illuminazione rispetto al significato proposto dall’allestimento, risultava possibile solo in fase di montaggio e, per ragioni di sicurezza, era qui solo riprodotto in filmato.

Uruguay: una lettera di Le Corbusier, di intimistica domesticità (la richiesta a un amico di un nuovo tappeto a quadri in pelle di mucca, per le proteste avanzate dalla moglie che inciampava su uno vecchio presente nel loro soggiorno), è l’occasione per una riproduzione del medesimo tappeto e cinque video per altrettante storie dell’abitare. Perdibile.

Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca: la poetica del costruire in legno. Bellissimo padiglione. Sia per l’esperienza olfattiva (le essenze di legno profumano piacevolmente l’aria), sia per il dettaglio tecnologico di esplorazioni sperimentali di una tecnica realizzativa, anche in Italia, in crescente espansione.

Paesi Scandinavi:  l’architettura è il Padiglione di Sverre Fehn (1962); ed è architettura vera.

Giappone: usuale maestria nella realizzazione di spazi domestici a sviluppo verticale su lotti ristrettissimi. Il Raumplan sposato con lo Zen.

Russia: inquietante e affascinante come solo la Russia sa esserlo. Tre stanze. Una prima con un filmato muto in bianco e nero. Una seconda con un gioco di specchi a pavimento e una scena urbana contemporanea alle pareti, trasfigurata in una rappresentazione iconografica da salotto regale settecentesco. L’ultima, invece, dedicata al recupero di grandi aree dismesse, in precedenza fabbriche.

Venezuela: Chiuso (?).

Il Padiglione delle Esposizioni ospita degli allestimenti, per singoli autori o gruppi di autori, molto scollegati gli uni dagli altri. A parte la sala occupata dai modellini dei Giapponesi Atelier Bow-Wow e le icastiche proposizioni di Oma (Rem Koolhaas e altri), le rimanenti sale non lasciano il segno nel visitatore.

Arsenale: qui la mia visita è stata, per questioni logistiche contingenti, obbligatoriamente molto rapida. L’impressione, comunque, e le perplessità, sono quelle sopra descritte.

Per quanto concerne la rappresentanza italiana, senza entrare nel merito e nei meriti dei singoli (prime fra tutte le ragioni di una loro presenza), mi sembra oggettivamente rilevabile che il tasso di conoscenza disciplinare, che connota i percorsi formativi italiani, produca fruttuosi esiti, come rilevabile nella qualità di dettagli e nel controllo delle transizioni di scala delle architetture presentate.

4 settembre 2010,

Claudio Sangiorgi

Lettera aperta

                                                                                                          Milano, 14 maggio 2010

Spettabile Ordine degli Architetti,

Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori
della Provincia di Milano,
Alla c.a Gent.mo Arch. Daniela Volpi
e degli Egregi Signori Consiglieri;

 Spettabile Consulta Regionale Lombarda
degli Ordini degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori,
Alla c.a Egr. Arch. Ferruccio Favaron
e degli Egregi Membri del Consiglio Direttivo.

Spettabile Ordine, Spettabile Consulta,

             la durissima congiuntura economica che affligge il settore delle costruzioni, figlia della più generale crisi finanziaria, ha avuto effetti devastanti sulla nostra categoria professionale (in particolare per i colleghi giovani e le colleghe), con più che significative riduzioni di organico degli studi, quando non ne abbia comportato direttamente la cessazione dell’attività.
            Eppur tuttavia, tale situazione, ancorché aggravata dalla speciale condizione attuale, ha caratteri strutturali, che necessitano – in primis da parte delle associazioni di categoria, nelle proprie azioni e iniziative – uno scarto rispetto al modo di vedere il professionista architetto in senso tradizionale. Siamo e restiamo degli operatori culturali, promotori di qualità nelle trasformazioni urbane, e la nostra autonoma individualità (non individualismo) è un valore in termini di ricchezza di contributi che non può semplicemente “sciogliersi”, con pari efficacia, in forme societarie d’ordine superiore quali le società d’ingegneria; ma siamo anche soggetti microimprenditoriali afflitti da un’atomizzazione ormai insostenibile, in termini di costi e di oneri gestionali. Il rischio, qualora non si consideri tale dato oggettivo di fatto, e non si intervenga con politiche appropriate, è quello di essere marginalizzati e costretti in nicchie di scarsa incidenza rispetto alle dinamiche territoriali, quando non di morire del tutto come categoria indipendente.
            Siamo uno dei gruppi professionali sicuramente più attenti all’innovazione, al cambiamento, all’aggiornamento linguistico e concettuale (e quindi con una congenita predisposizione ad affrontare la complessità contemporanea), e parimenti siamo promotori di tutto questo; e rispetto tali temi gli Ordini hanno svolto e svolgono un ruolo positivo di indubbio traino. Ma questo non è più sufficiente. Occorre essere anche attenti e innovativi nel pensare la propria identità economica di categoria, il proprio profilo organizzativo e gestionale. Ci confrontiamo ogni giorno con difficoltà crescenti, che minacciano la stessa sopravvivenza della nostra attività, in almeno tre ambiti:

–         economico: costi di telefonia, di cancelleria, di stampa, di assicurazioni professionali, di strumentazione software e hardware, di mobilità, di pubblicazioni e stampa specializzata, di abbonamento a banche dati normative e immobiliari, di aberrante concorrenza indotta dal perverso e diffuso sistema delle provvigioni riconosciute da parte di imprese e fornitori…

–         gestionale: tempi dedicati alla contabilità, alla fiscalità, all’autopromozione, all’aggiornamento, all’organizzazione interna, alle verifiche di conformità normativa e alla certificazione delle proprie strutture,…

–         burocratico: tempi di risposta da parte della Pubblica Amministrazione, moltiplicazione dei centri decisionali, serialità delle verifiche, proliferazione delle norme e delle circolari, soggettività delle interpretazioni,… e relativi costi…

Occorre quanto prima che, su tali questioni drammaticamente reali, sia svolta da parte degli organismi di categoria un’ampia e seria riflessione e si diano risposte concrete (convenzioni, gruppi di acquisto, richieste alla Pubblica Amministrazione di semplificazione, riforme degli ordinamenti fiscali, servizi collettivi consorziati,…); per permettere a noi Architetti di esercitare anche in futuro il nostro ruolo fondamentale di stimolo e di proposta nel governo del territorio, evitandoci di finire nel “sottoscala” della contemporaneità; troppo impegnati in una disperata lotta per la sopravvivenza per avere quasi il tempo di pensare, progettare, vivere.

 Firmano nominalmente 33 Architetti

Poetica dello studio

Elogio del coprifilo e della fuga:

(di Claudio Sangiorgi)

Da sempre, dove il muro nato per dividere incontrava la sua negazione, la porta o la finestra, create per collegare, là era il coprifilo: un profilo piatto e largo in legno, a volte modanato e sagomato, più spesso semplice e liscio, che denunciava la sottostante coincidentia oppositorum delle due categorie fondanti della razionalità umana, il definire nel perimetro tracciato dal limite e l’andare oltre quel medesimo confine, e al tempo stesso occultava le asperità dell’incontro tra mattoni e falsotelaio in legno, indispensabile a riquadrare il vano, a conformare l’apertura.

Era un’edilizia di capomastri arguti e di antica tradizione, quella che non si vergognava del coprifilo, anzi lo esibiva, lo decorava, lo sottolineava; ne faceva la testimonianza di una riflessione, di un pensiero filosofico. Un’epoca di principî architettonici (e che principî: barocco, neoclassico, razionalismo,…) inverantisi nella realtà senza timore di depotenziarsi, ma come il logos che si fa carne, accettando le leggi e i limiti della materia, consapevoli della propria esaltazione proprio per tramite di tale incarnazione, ché una teoria che non si facesse prassi e che da questa non desumesse elementi per una propria rielaborazione appariva, allora, un paradosso logico inaccettabile.

Tempi di mani esperte, di occhi acutissimi, che avevano come unità di misura il dito, il palmo, la bacchetta di metro (lo spessore del metro da muratore, rigorosamente a stecca snodabile), in cui la verticalità delle pareti si tracciava con lo sputo di saliva o col filo “a piombo”, in cui gli architetti erano loro stessi muratori che conoscevano il latino (secondo la celebre definizione di Adolf Loos) e condividevano fatiche, umori e convivialità del cantiere.

E là dove materiali, sostanze, enti differenti giungevano a contatto, nel corso dell’opera, per accidente, per ragione pratica o per elevato principio compositivo, lì si poneva il coprifilo, senza tentennamenti, remore o dubbi; il piatto profilo che secoli di consuetudine avevano ridotto alla sua essenza  funzionale, come una sedia che ha da essere fatta di un sedile, uno schienale e quattro gambe. Perché l’architettura stessa era edilizia e le ragioni della fatica e della passione del muratore erano, mutatis mutandis, quelle dell’ideatore che viveva il e nel cantiere (al pari di Gaudí nella Sagrada Familia) e condivideva con capomastri e manovali la misura di significato e di valore degli elementi della fabbrica. Tempi di democrazia e di aperture sostanziali, in cui la diversità non si occultava o non si copriva con un artificio retorico, ma si denunciava apertamente, accettandola e sottolineandola perché dal dialettico gioco di tesi e antitesi nascesse la sintesi mirabile dei luoghi dell’abitare.

L’”aria”, la “luce”, allora, non erano solo principî astratti di una spiritualità alla moda, ma tolleranze indispensabili, e riconosciute per tali, perché anta e telaio di una finestra si potessero mettere in opera agevolmente, piuttosto che una porta potesse correttamente “battere” sul profilo di chiusura. E non c’era rivestimento a pavimento o a parete, in cotto o ceramica, che non esibisse, quale talentuoso virtuosismo di pieno rispetto della regola dell’arte, un’ampia e ben calibrata “fuga”; quella distanza tra una piastrella e l’altra, lasciata in fase di posa e successivamente stuccata, atta a compensare le irregolarità di taglio, misura e piano proprie di produzioni ancora di carattere artigianale o semiartigianale. La “fuga”, allora, non era in discussione; era un principio ontologico del costruire, sulla cui fenomenologica epifania l’architetto non entrava. Apparteneva al segreto corporativo, alla poetica del posatore, alla sua sensazione tattile dei materiali, al suo genio artistico e creativo. C’era e basta. Quanto poi fosse grande (larga), questo era affare di chi come un torero di fronte al toro, decideva secondo l’intuizione e l’estro del momento e l’esperienza consolidata di secoli.

Coprifilo, fuga, aria, luce… tutti declinati nella miriade di possibili inflessioni dialettali che l’Italia regalava e che raccontavano di un’architettura virile, di esigenze e bisogni primari, di sostanza e sudore, ma anche di gratificazione e orgoglio del proprio saper fare, del proprio mestiere.

Poi venne una nuova generazione di architetti, figli di una società occidentale in declino, prigioniera delle proprie paure e in preda costante all’ansia e a una crisi di nervi; uomini e donne glamour, sempre di tendenza, sempre con il cellulare in una mano, il palmare nell’altra, l’organizer tra i denti; vestiti tutti di bianco o tutti di nero; asessuati nel loro taglio di capelli fashion, nei loro vestiti griffati e di linea essenziale; impegnati – a parole – nel sociale; preoccupati – a parole – per l’ambiente; con figli (uno massimo, due per errore) gestiti da una tata più o meno orientale, i mariti o le mogli manager in viaggio costante e permanente; oppure single con i minuti contati, con l’aperitivo cui non si può mancare, con la vernice cui si deve assistere, con questa Lega che è inguardabile. Uominidonne o Donneuomini eleganti, aggiornati, cosmopoliti; appena usciti da una seduta dall’estetista, la pelle pulita, liscia, glabra, o da una seduta dallo psicoanalista, ché la vita è piena di stress, di difficoltà, di problemi.

Una generazione di architetti, e di clienti, con il terrore della tazza del wc in vista (memento traumatico e drammatico alla loro corporeità) come dei peli sotto le ascelle o sul pube; formatasi al gusto sartoriale delle sfilate del Prêt-à-porter, al minimalismo estremo, alla pulizia del corpo e dei luoghi assoluta, infinita, con l’ossessione dei batteri e il culto dell’amuchina.

Una generazione di architetti, e di clienti, che non desidera ambienti: vuole spazi “puri”; che va in visita ai lavori in scarpe di vernice lucida, non prima delle dieci (lavorano tanto di sera, al computer, quando la vita reale è a letto da ore) e che, per impartire ordini (i sacerdoti del gusto non ascoltano), vuole parlare minimo con un tecnico laureato, non certo con un muratore egiziano o romeno o un capomastro bergamasco; che non ha alcun interesse verso problemi, contrattempi, difficoltà propri del cantiere: non è questione loro, non è cosa che li riguarda. C’è un disegno e quote da rispettare; ci sono particolari e dettagli da realizzare; e soprattutto ci sono superfici e piani uniformi, lisci, continui, unici – ossessivamente unici -, da ottenere. Impensabile avere dei punti di giunzione! Imperdonabile vedere delle discontinuità! Abominevole concepire una linea su cui l’occhio si posi! Tutto deve fluire indistinto e abbacinatamente candido: il pavimento deve continuare nel muro e questo nel soffitto; anzi, meglio, non si deve neanche parlare di pavimento, di muro e di soffitto, ma solo e unicamente di piani risolti in indistinta unità.

E i coprifili e le fughe? E gli spigoli? Retaggio di un’edilizia povera, rozza, volgare, inconsapevole, buona per uomini d’estate in canottiera o a torso irsuto nudo, per donne con bigodini e vestito da casa (semmai ora c’è la tuta, ma solo per la seduta di fitness col proprio personal trainer), non certo per gli Uominidonne o Donneuomini architetti e i loro clienti. Coprifili, fughe, spigoli… Ma per favore! Termini da aborrire e verso cui esercitare la più ferrea iconoclastia.

Il piano di calpestio deve essere in resina, fluido, ininterrotto, color greige (ché anche la netta distinzione di colore introduce un’angosciante e repellente brutalità concettuale e appartiene a uno stadio evolutivo primordiale); al massimo in piastrelle di grés porcellanato rettificate, sì da poterle posare accostate, a perfetto contatto, senza l’odiata fuga. Che si legga un piano unico e continuo, non come nelle villette del Leghismo lombardoveneto, tutte cotto di Possagno a fuga larga (Libera nos, Domine, a malo!) o Sassi del Piave.

Il piano verticale della parete, poi, deve essere parimenti omogeneo e geometricamente astratto, o astrattamente geometrico, nella sua purezza. Guai a far vedere una porta, un foro, un passaggio, qualcosa che ne turbi la rarefatta dimensione zen propria del contemplare una superficie bianca e assoluta, pensando al non essere. Laddove proprio è indispensabile collegare due ambienti, laddove proprio non si possa farne a meno, allora che si metta in opera una porta “rasomuro”: esilissima, in alluminio anodizzato, priva di imbarazzanti parti in vista che non siano il semplice graficismo del taglio millimetrico del vano; oppure un pannello a tutt’altezza (ma che le guide siano incassate sia inferiormente che superiormente! Che spariscano!), leggero e impercettibile nel suo scivolare: un “piano” che scorre e non una porta… Coprifili?!? Grotteschi! Imperdonabili! Inconcepibili! Figli di un Paese che non c’è più; di domeniche a Messa e di negozi nel rione; di pasta fatta in casa e di abbecedari. Proprio no! Proprio non si può! Proprio non si deve!

E i piani cucina? Anche quelli rigorosamente in corian, in resina, in ricomposto… Anche quelli fluidi, continui, ininterrotti… E gli zoccolini a pavimento? Mai! Se proprio il cliente non capisce, se proprio non comprende, se proprio si ostina, allora un basolino piccolissimo, impercettibile, non funzionale, o uno zoccolino (solo il nome è disgustoso! Ha qualcosa in sé di scope di saggina e di stracci per lavare per terra. Qualcosa che nelle nostre case non si vede più; che vede solo la filippina, come la merda del cane accompagnato fuori di prima mattina per i suoi bisogni) incassato nel piano verticale della parete, rasomuro anch’esso come la porta. Che non si abbia la disgrazia di posare l’occhio sul punto di giunzione tra pavimento e parete, su una siffatta oscenità!

Certo è un’architettura costosa, quella degli Uominidonne o Donneuomini architetti; che ha come unità di misura il millimetro e che richiede continui rifacimenti, costi aggiuntivi, sprechi; che se ne frega della dimensione umana del fare degli uomini (uomini e basta) del cantiere e della loro gratificazione e ha occhi solo per la perfezione rassicurante del disegno uscito dal computer e per l’ego del singolo, cioè il proprio; che nella sua astratta rarefazione è forse internazionale, forse globalizzata, ma fredda e anafettiva, asessuata come i suoi cultori; che pretende di essere essenziale, democratica, moralmente migliore, ambientalmente sostenibile, e che invece è complicata, astratta, snobistica, elitaria, energivora… Che pensa di essere e, al contrario, è solo la negazione isterica di ciò che è per davvero, figlia di una società che ha così paura della realtà da non riuscire più neanche a progettare gli spazi per viverci.

Claudio Sangiorgi, architetto e pubblicista, è professore di Tecnologia dell’Architettura presso il Politecnico di Milano e Membro del Royal Institution of Chartered Surveyors