Biennale di Architettura 2010
 
 
 
Venezia:
 
Nella giornata di ieri ho visitato la Biennale di Architettura a Venezia.

Una prima notazione non riguarda la manifestazione, ma la città. L’ho trovata in uno stato di profondo degrado; molto più di quanto mi ricordassi dalla mia ultima e lontana visita  (in occasione della grande Mostra sugli Etruschi a Palazzo Grassi, nel 2001), a meno di successive “puntate” di poco conto.

Non è solo una questione di intonaci che cadono; è il sistema di gestione degli spazi pubblici, a partire dall’arredo urbano e dagli allestimenti provvisionali per mostre o cantieri, che offende la scena e lo sguardo.

Da studente, nel corso di Architettura di infrastrutture e viabilità, il Professor Ventura ci propose come tema di progetto lo studio di un imbarcadero di approdo per i vaporetti della città, in ragione dell’assenza totale di design di questi manufatti, pur funzionali e indispensabili alla navigazione in Laguna. Correva l’anno accademico 1988/89… Non saprei immaginare un manufatto più orrendo di quello ancora in uso (sarebbe indecente in qualsivoglia periferia metropolitana, altro che a Venezia!), sia per come è tenuto sia per la qualità dei profili e dei pannelli con cui è realizzato.

Analogamente le biglietterie e gli infopoint della Biennale, tanto ai Giardini come all’Arsenale, sono ospitati in container rossi, con corredo di collegamenti elettrici (cavi, prese, allacciamenti,…) volanti e in vista.

E poi, giardini lasciati andare con una sorta di rassegnazione, senza alcuna cura nelle aiuole, nei vialetti, nei percorsi gradinati; passaggi impiantistici mascherati da carter in lamiera rivettati alla bell’e meglio; recinzioni di aree di cantiere sul Canal Grande in legnaccio da tavole da ponte.

Veramente l’immagine di una rinuncia; di una sorta di malinconica e triste attesa della fine…

 

Architettura come evento comunicativo:

Ma veniamo alla Biennale.

Direi che la prima impressione che si ricava visitando il Palazzo delle Esposizioni (ex Palazzo Italia) ai Giardini è una conferma. Difficilissimo realizzare una mostra di Architettura. L’architettura si costruisce, si abita, si vive… Rappresentarla sconta un’inevitabile riduzione. Se poi, svaporati da tempo i contenuti disciplinari nella produzione contemporanea, si gioca il destino degli edifici sulla sola immagine, la tentazione di rendere quest’ultima autosufficiente e di cadere nell’installazione artistica veicolante un messaggio per la specifica occasione della Biennale (con il suo tema conduttore; quest’anno People meet in Architecture) è fortissima. E in molti casi questo accade.

Col che non si vuole togliere il valore di possibile fertile suggestione di tali allestimenti; il loro senso di spunto emotivo per una riflessione che poi si allrghi/erà a un ragionamento sull’architettura e la città. Ma sottolineare che il meccanismo di produzione di senso che essi (non tutti, ovviamente) generano è affatto non disciplinare; pari, dunque, in molti casi e in termini di forza evocativa, a qualsivoglia evento aspecifico (da una serata d’opera, al vernissage di una mostra, a un’esposizione fotografica, ecc.) possa essere messo in rappresentazione. Manca, invece, in molti dei padiglioni e in molte stanze del Palazzo delle Esposizioni, l’Architettura, il suo esser sintesi di saperi costruttivi, funzionali e compositivi che traducano, nel proprio medium linguistico codificato, quegli stessi concetti così liberamente enunciati.

 

La mia visita:

Non potendo visitare tutto (occorrerebbero tre giorni buoni), la mia scelta è stata quella di un ragionato mix tra culture progettuali consolidate come riferimenti assoluti nel panorama internazionale e aree meno note di produzione architettonica e di cui le riviste, sovente, trascurano di dare notizia.

Ecco, dunque, i miei giudizi flash per singoli Padiglioni:

Spagna: coraggiosa e intelligente la scelta di affidare la rappresentanza del Paese a gruppi di studenti universitari. Come inevitabile contraltare, i progetti di case passive esposti manifestano un poco equilibrato rapporto tra tecnologia e composizione, a tutto vantaggio della prima.

Olanda: qui siamo in pieno happening da “vacanze intelligenti”… Direi che il commento più corretto resta il memorabile “Altro che cazzi… So’ pecore!” di Alberto Sordi, burino spedito dai figli a visitare giustappunto una Biennale d’Arte veneziana. No comment!

Israele: allestimento di taglio storico sui kibbutz israeliani. Decisamente interessante, soprattutto come modello di vivere collettivistico, recuperabile e recuperato, per certi aspetti, da talune tendenze di cohousing contemporaneo.

Egitto: il padiglione propone un’evocativa risonanza tra alcuni fenomeni di flussi di energia naturali o artificiali e il modellarsi di superfici involucranti. Interessante, ancorché in linea col vizio cerebrale più volte sottolineato.

Polonia: il teatro urbano dell’assurdo. Reso ancora più assurdo dal fatto che il gesto ginnico, di salto nel vuoto da una scala in gradini di filo metallico, indicato come momento di illuminazione rispetto al significato proposto dall’allestimento, risultava possibile solo in fase di montaggio e, per ragioni di sicurezza, era qui solo riprodotto in filmato.

Uruguay: una lettera di Le Corbusier, di intimistica domesticità (la richiesta a un amico di un nuovo tappeto a quadri in pelle di mucca, per le proteste avanzate dalla moglie che inciampava su uno vecchio presente nel loro soggiorno), è l’occasione per una riproduzione del medesimo tappeto e cinque video per altrettante storie dell’abitare. Perdibile.

Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca: la poetica del costruire in legno. Bellissimo padiglione. Sia per l’esperienza olfattiva (le essenze di legno profumano piacevolmente l’aria), sia per il dettaglio tecnologico di esplorazioni sperimentali di una tecnica realizzativa, anche in Italia, in crescente espansione.

Paesi Scandinavi:  l’architettura è il Padiglione di Sverre Fehn (1962); ed è architettura vera.

Giappone: usuale maestria nella realizzazione di spazi domestici a sviluppo verticale su lotti ristrettissimi. Il Raumplan sposato con lo Zen.

Russia: inquietante e affascinante come solo la Russia sa esserlo. Tre stanze. Una prima con un filmato muto in bianco e nero. Una seconda con un gioco di specchi a pavimento e una scena urbana contemporanea alle pareti, trasfigurata in una rappresentazione iconografica da salotto regale settecentesco. L’ultima, invece, dedicata al recupero di grandi aree dismesse, in precedenza fabbriche.

Venezuela: Chiuso (?).

Il Padiglione delle Esposizioni ospita degli allestimenti, per singoli autori o gruppi di autori, molto scollegati gli uni dagli altri. A parte la sala occupata dai modellini dei Giapponesi Atelier Bow-Wow e le icastiche proposizioni di Oma (Rem Koolhaas e altri), le rimanenti sale non lasciano il segno nel visitatore.

Arsenale: qui la mia visita è stata, per questioni logistiche contingenti, obbligatoriamente molto rapida. L’impressione, comunque, e le perplessità, sono quelle sopra descritte.

Per quanto concerne la rappresentanza italiana, senza entrare nel merito e nei meriti dei singoli (prime fra tutte le ragioni di una loro presenza), mi sembra oggettivamente rilevabile che il tasso di conoscenza disciplinare, che connota i percorsi formativi italiani, produca fruttuosi esiti, come rilevabile nella qualità di dettagli e nel controllo delle transizioni di scala delle architetture presentate.

4 settembre 2010,

Claudio Sangiorgi