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Archive for Maggio, 2010

Identità

Il Forum “Identità” ha in corso uno studio sulla valorizzazione del patrimonio storico-architettonico di alcune residenze patrizie sul corso del Ticino

I Giardini del Melograno

Terminata la realizzazione di loft a Rozzano: protagonista il colore

Lettera aperta

                                                                                                          Milano, 14 maggio 2010

Spettabile Ordine degli Architetti,

Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori
della Provincia di Milano,
Alla c.a Gent.mo Arch. Daniela Volpi
e degli Egregi Signori Consiglieri;

 Spettabile Consulta Regionale Lombarda
degli Ordini degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori,
Alla c.a Egr. Arch. Ferruccio Favaron
e degli Egregi Membri del Consiglio Direttivo.

Spettabile Ordine, Spettabile Consulta,

             la durissima congiuntura economica che affligge il settore delle costruzioni, figlia della più generale crisi finanziaria, ha avuto effetti devastanti sulla nostra categoria professionale (in particolare per i colleghi giovani e le colleghe), con più che significative riduzioni di organico degli studi, quando non ne abbia comportato direttamente la cessazione dell’attività.
            Eppur tuttavia, tale situazione, ancorché aggravata dalla speciale condizione attuale, ha caratteri strutturali, che necessitano – in primis da parte delle associazioni di categoria, nelle proprie azioni e iniziative – uno scarto rispetto al modo di vedere il professionista architetto in senso tradizionale. Siamo e restiamo degli operatori culturali, promotori di qualità nelle trasformazioni urbane, e la nostra autonoma individualità (non individualismo) è un valore in termini di ricchezza di contributi che non può semplicemente “sciogliersi”, con pari efficacia, in forme societarie d’ordine superiore quali le società d’ingegneria; ma siamo anche soggetti microimprenditoriali afflitti da un’atomizzazione ormai insostenibile, in termini di costi e di oneri gestionali. Il rischio, qualora non si consideri tale dato oggettivo di fatto, e non si intervenga con politiche appropriate, è quello di essere marginalizzati e costretti in nicchie di scarsa incidenza rispetto alle dinamiche territoriali, quando non di morire del tutto come categoria indipendente.
            Siamo uno dei gruppi professionali sicuramente più attenti all’innovazione, al cambiamento, all’aggiornamento linguistico e concettuale (e quindi con una congenita predisposizione ad affrontare la complessità contemporanea), e parimenti siamo promotori di tutto questo; e rispetto tali temi gli Ordini hanno svolto e svolgono un ruolo positivo di indubbio traino. Ma questo non è più sufficiente. Occorre essere anche attenti e innovativi nel pensare la propria identità economica di categoria, il proprio profilo organizzativo e gestionale. Ci confrontiamo ogni giorno con difficoltà crescenti, che minacciano la stessa sopravvivenza della nostra attività, in almeno tre ambiti:

–         economico: costi di telefonia, di cancelleria, di stampa, di assicurazioni professionali, di strumentazione software e hardware, di mobilità, di pubblicazioni e stampa specializzata, di abbonamento a banche dati normative e immobiliari, di aberrante concorrenza indotta dal perverso e diffuso sistema delle provvigioni riconosciute da parte di imprese e fornitori…

–         gestionale: tempi dedicati alla contabilità, alla fiscalità, all’autopromozione, all’aggiornamento, all’organizzazione interna, alle verifiche di conformità normativa e alla certificazione delle proprie strutture,…

–         burocratico: tempi di risposta da parte della Pubblica Amministrazione, moltiplicazione dei centri decisionali, serialità delle verifiche, proliferazione delle norme e delle circolari, soggettività delle interpretazioni,… e relativi costi…

Occorre quanto prima che, su tali questioni drammaticamente reali, sia svolta da parte degli organismi di categoria un’ampia e seria riflessione e si diano risposte concrete (convenzioni, gruppi di acquisto, richieste alla Pubblica Amministrazione di semplificazione, riforme degli ordinamenti fiscali, servizi collettivi consorziati,…); per permettere a noi Architetti di esercitare anche in futuro il nostro ruolo fondamentale di stimolo e di proposta nel governo del territorio, evitandoci di finire nel “sottoscala” della contemporaneità; troppo impegnati in una disperata lotta per la sopravvivenza per avere quasi il tempo di pensare, progettare, vivere.

 Firmano nominalmente 33 Architetti

Poetica dello studio

Elogio del coprifilo e della fuga:

(di Claudio Sangiorgi)

Da sempre, dove il muro nato per dividere incontrava la sua negazione, la porta o la finestra, create per collegare, là era il coprifilo: un profilo piatto e largo in legno, a volte modanato e sagomato, più spesso semplice e liscio, che denunciava la sottostante coincidentia oppositorum delle due categorie fondanti della razionalità umana, il definire nel perimetro tracciato dal limite e l’andare oltre quel medesimo confine, e al tempo stesso occultava le asperità dell’incontro tra mattoni e falsotelaio in legno, indispensabile a riquadrare il vano, a conformare l’apertura.

Era un’edilizia di capomastri arguti e di antica tradizione, quella che non si vergognava del coprifilo, anzi lo esibiva, lo decorava, lo sottolineava; ne faceva la testimonianza di una riflessione, di un pensiero filosofico. Un’epoca di principî architettonici (e che principî: barocco, neoclassico, razionalismo,…) inverantisi nella realtà senza timore di depotenziarsi, ma come il logos che si fa carne, accettando le leggi e i limiti della materia, consapevoli della propria esaltazione proprio per tramite di tale incarnazione, ché una teoria che non si facesse prassi e che da questa non desumesse elementi per una propria rielaborazione appariva, allora, un paradosso logico inaccettabile.

Tempi di mani esperte, di occhi acutissimi, che avevano come unità di misura il dito, il palmo, la bacchetta di metro (lo spessore del metro da muratore, rigorosamente a stecca snodabile), in cui la verticalità delle pareti si tracciava con lo sputo di saliva o col filo “a piombo”, in cui gli architetti erano loro stessi muratori che conoscevano il latino (secondo la celebre definizione di Adolf Loos) e condividevano fatiche, umori e convivialità del cantiere.

E là dove materiali, sostanze, enti differenti giungevano a contatto, nel corso dell’opera, per accidente, per ragione pratica o per elevato principio compositivo, lì si poneva il coprifilo, senza tentennamenti, remore o dubbi; il piatto profilo che secoli di consuetudine avevano ridotto alla sua essenza  funzionale, come una sedia che ha da essere fatta di un sedile, uno schienale e quattro gambe. Perché l’architettura stessa era edilizia e le ragioni della fatica e della passione del muratore erano, mutatis mutandis, quelle dell’ideatore che viveva il e nel cantiere (al pari di Gaudí nella Sagrada Familia) e condivideva con capomastri e manovali la misura di significato e di valore degli elementi della fabbrica. Tempi di democrazia e di aperture sostanziali, in cui la diversità non si occultava o non si copriva con un artificio retorico, ma si denunciava apertamente, accettandola e sottolineandola perché dal dialettico gioco di tesi e antitesi nascesse la sintesi mirabile dei luoghi dell’abitare.

L’”aria”, la “luce”, allora, non erano solo principî astratti di una spiritualità alla moda, ma tolleranze indispensabili, e riconosciute per tali, perché anta e telaio di una finestra si potessero mettere in opera agevolmente, piuttosto che una porta potesse correttamente “battere” sul profilo di chiusura. E non c’era rivestimento a pavimento o a parete, in cotto o ceramica, che non esibisse, quale talentuoso virtuosismo di pieno rispetto della regola dell’arte, un’ampia e ben calibrata “fuga”; quella distanza tra una piastrella e l’altra, lasciata in fase di posa e successivamente stuccata, atta a compensare le irregolarità di taglio, misura e piano proprie di produzioni ancora di carattere artigianale o semiartigianale. La “fuga”, allora, non era in discussione; era un principio ontologico del costruire, sulla cui fenomenologica epifania l’architetto non entrava. Apparteneva al segreto corporativo, alla poetica del posatore, alla sua sensazione tattile dei materiali, al suo genio artistico e creativo. C’era e basta. Quanto poi fosse grande (larga), questo era affare di chi come un torero di fronte al toro, decideva secondo l’intuizione e l’estro del momento e l’esperienza consolidata di secoli.

Coprifilo, fuga, aria, luce… tutti declinati nella miriade di possibili inflessioni dialettali che l’Italia regalava e che raccontavano di un’architettura virile, di esigenze e bisogni primari, di sostanza e sudore, ma anche di gratificazione e orgoglio del proprio saper fare, del proprio mestiere.

Poi venne una nuova generazione di architetti, figli di una società occidentale in declino, prigioniera delle proprie paure e in preda costante all’ansia e a una crisi di nervi; uomini e donne glamour, sempre di tendenza, sempre con il cellulare in una mano, il palmare nell’altra, l’organizer tra i denti; vestiti tutti di bianco o tutti di nero; asessuati nel loro taglio di capelli fashion, nei loro vestiti griffati e di linea essenziale; impegnati – a parole – nel sociale; preoccupati – a parole – per l’ambiente; con figli (uno massimo, due per errore) gestiti da una tata più o meno orientale, i mariti o le mogli manager in viaggio costante e permanente; oppure single con i minuti contati, con l’aperitivo cui non si può mancare, con la vernice cui si deve assistere, con questa Lega che è inguardabile. Uominidonne o Donneuomini eleganti, aggiornati, cosmopoliti; appena usciti da una seduta dall’estetista, la pelle pulita, liscia, glabra, o da una seduta dallo psicoanalista, ché la vita è piena di stress, di difficoltà, di problemi.

Una generazione di architetti, e di clienti, con il terrore della tazza del wc in vista (memento traumatico e drammatico alla loro corporeità) come dei peli sotto le ascelle o sul pube; formatasi al gusto sartoriale delle sfilate del Prêt-à-porter, al minimalismo estremo, alla pulizia del corpo e dei luoghi assoluta, infinita, con l’ossessione dei batteri e il culto dell’amuchina.

Una generazione di architetti, e di clienti, che non desidera ambienti: vuole spazi “puri”; che va in visita ai lavori in scarpe di vernice lucida, non prima delle dieci (lavorano tanto di sera, al computer, quando la vita reale è a letto da ore) e che, per impartire ordini (i sacerdoti del gusto non ascoltano), vuole parlare minimo con un tecnico laureato, non certo con un muratore egiziano o romeno o un capomastro bergamasco; che non ha alcun interesse verso problemi, contrattempi, difficoltà propri del cantiere: non è questione loro, non è cosa che li riguarda. C’è un disegno e quote da rispettare; ci sono particolari e dettagli da realizzare; e soprattutto ci sono superfici e piani uniformi, lisci, continui, unici – ossessivamente unici -, da ottenere. Impensabile avere dei punti di giunzione! Imperdonabile vedere delle discontinuità! Abominevole concepire una linea su cui l’occhio si posi! Tutto deve fluire indistinto e abbacinatamente candido: il pavimento deve continuare nel muro e questo nel soffitto; anzi, meglio, non si deve neanche parlare di pavimento, di muro e di soffitto, ma solo e unicamente di piani risolti in indistinta unità.

E i coprifili e le fughe? E gli spigoli? Retaggio di un’edilizia povera, rozza, volgare, inconsapevole, buona per uomini d’estate in canottiera o a torso irsuto nudo, per donne con bigodini e vestito da casa (semmai ora c’è la tuta, ma solo per la seduta di fitness col proprio personal trainer), non certo per gli Uominidonne o Donneuomini architetti e i loro clienti. Coprifili, fughe, spigoli… Ma per favore! Termini da aborrire e verso cui esercitare la più ferrea iconoclastia.

Il piano di calpestio deve essere in resina, fluido, ininterrotto, color greige (ché anche la netta distinzione di colore introduce un’angosciante e repellente brutalità concettuale e appartiene a uno stadio evolutivo primordiale); al massimo in piastrelle di grés porcellanato rettificate, sì da poterle posare accostate, a perfetto contatto, senza l’odiata fuga. Che si legga un piano unico e continuo, non come nelle villette del Leghismo lombardoveneto, tutte cotto di Possagno a fuga larga (Libera nos, Domine, a malo!) o Sassi del Piave.

Il piano verticale della parete, poi, deve essere parimenti omogeneo e geometricamente astratto, o astrattamente geometrico, nella sua purezza. Guai a far vedere una porta, un foro, un passaggio, qualcosa che ne turbi la rarefatta dimensione zen propria del contemplare una superficie bianca e assoluta, pensando al non essere. Laddove proprio è indispensabile collegare due ambienti, laddove proprio non si possa farne a meno, allora che si metta in opera una porta “rasomuro”: esilissima, in alluminio anodizzato, priva di imbarazzanti parti in vista che non siano il semplice graficismo del taglio millimetrico del vano; oppure un pannello a tutt’altezza (ma che le guide siano incassate sia inferiormente che superiormente! Che spariscano!), leggero e impercettibile nel suo scivolare: un “piano” che scorre e non una porta… Coprifili?!? Grotteschi! Imperdonabili! Inconcepibili! Figli di un Paese che non c’è più; di domeniche a Messa e di negozi nel rione; di pasta fatta in casa e di abbecedari. Proprio no! Proprio non si può! Proprio non si deve!

E i piani cucina? Anche quelli rigorosamente in corian, in resina, in ricomposto… Anche quelli fluidi, continui, ininterrotti… E gli zoccolini a pavimento? Mai! Se proprio il cliente non capisce, se proprio non comprende, se proprio si ostina, allora un basolino piccolissimo, impercettibile, non funzionale, o uno zoccolino (solo il nome è disgustoso! Ha qualcosa in sé di scope di saggina e di stracci per lavare per terra. Qualcosa che nelle nostre case non si vede più; che vede solo la filippina, come la merda del cane accompagnato fuori di prima mattina per i suoi bisogni) incassato nel piano verticale della parete, rasomuro anch’esso come la porta. Che non si abbia la disgrazia di posare l’occhio sul punto di giunzione tra pavimento e parete, su una siffatta oscenità!

Certo è un’architettura costosa, quella degli Uominidonne o Donneuomini architetti; che ha come unità di misura il millimetro e che richiede continui rifacimenti, costi aggiuntivi, sprechi; che se ne frega della dimensione umana del fare degli uomini (uomini e basta) del cantiere e della loro gratificazione e ha occhi solo per la perfezione rassicurante del disegno uscito dal computer e per l’ego del singolo, cioè il proprio; che nella sua astratta rarefazione è forse internazionale, forse globalizzata, ma fredda e anafettiva, asessuata come i suoi cultori; che pretende di essere essenziale, democratica, moralmente migliore, ambientalmente sostenibile, e che invece è complicata, astratta, snobistica, elitaria, energivora… Che pensa di essere e, al contrario, è solo la negazione isterica di ciò che è per davvero, figlia di una società che ha così paura della realtà da non riuscire più neanche a progettare gli spazi per viverci.

Claudio Sangiorgi, architetto e pubblicista, è professore di Tecnologia dell’Architettura presso il Politecnico di Milano e Membro del Royal Institution of Chartered Surveyors